TEATRO

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I TEATRI DI ARCIPELAGO: ORMAI UNA STORIA

Da 15 anni Arcipelago propone i suoi laboratori teatrali rivolti sia alle persone con disabilità sia agli studenti delle scuole del territorio.

In Cinisello Balsamo sono attivi cinque laboratori:

Fiabe Fantalogiche è un laboratorio di creazione e narrazione di fiabe in collaborazione con la Scuola elementare Parco dei Fiori. I bambini di due classi terze ed alcuni ospiti di Arcipelago si incontrano per inventare e animare insieme le loro storie, pensate a partire dagli elementi più disparati ed a loro più vicini, come i nuovi mezzi di comunicazione, gli oggetti quotidiani, le cose che sentono ogni giorno.

Quasi diesis è invece l’attività di due gruppi integrati, di teatro e di musica, formati insieme agli studenti della Scuola media Paisiello e che lavorano su un tema comune per poi unirsi in un’unica performance.

Il laboratorio Il Piccolo giorno ci porta invece in una scuola superiore e coinvolge, oltre agli ospiti di Arcipelago, studenti disabili e non dell’Istituto Professionale Statale Eugenio Montale.

Da gennaio 2017 con il gruppo Il suono giallo abbiamo attivato una nuova collaborazione per un’attività di teatro integrato alle Scuole Professionali Mazzini.

A partire da febbraio 2017, lavoriamo con circa cinquanta studenti del Liceo Linguistico Casiraghi di Cinisello Balsamo, in un percorso di teatro e musica che consideri gestualità e sonorità legate alla parola.

A Sesto San Giovanni, poi, la nostra Compagnia della bugia lavora insieme agli utenti del Centro Diurno Disabili. Insieme a loro stiamo preparando performance in forma di happening, che portiamo nelle scuole del territorio coinvolgendo direttamente gli studenti nel lavoro.

Questi laboratori hanno la pretesa di portare qualcosa di nuovo e duraturo per partecipanti e per i contesti in cui operiamo. Questo significa anche andare al di là del laboratorio nonché riprendere e valutare periodicamente il senso del lavoro.

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Chiedersi “perche?”

Infatti, prima di tutto dobbiamo chiederci: perché fare Teatro nel nostro ambito di lavoro? Che senso ha? La ricerca di un senso dell’attività teatrale con la disabilità intellettiva si rinnova periodicamente, e periodicamente sarebbe opportuno e salutare porsela; del resto è una domanda forte, espressione di una consapevolezza che non si può solo credere ma che cresce ogni anno, ad ogni nuovo laboratorio. Che deve ritrovarsi come tramite, ogni volta diverso, perché la persona che lo desideri (condizione imprescindibile) possa osare una presenza nuova, viva, diversa da quella di ogni giorno. E questo con dignità e forza, due condizioni che richiedono forme teatrali concepite ad hoc e non il forzato adattamento delle persone alle forme più diffuse del teatro: quello dei copioni già scritti, dei costumi, delle scenografie e dei palcoscenici. I nostri lavori non partono mai da un testo o da una trama preesistenti, ma vanno componendosi, settimana dopo settimana con le idee, le parole, le storie nate dai partecipanti e con quei guizzi che durano un secondo e a cui bisogna aver la fortuna di assistere, per raccoglierli, svilupparli.

 

Il mio compito…

Allora il mio ruolo di operatore teatrale è quello di aprire porte, di accogliere e rispettare la presenza dell’altro nel laboratorio, costruendo proposte che fungano da contenitore, da invito, da ponte tra realtà sociali diverse ma senza pretendere che questi vengano utilizzati. Non sto rispondendo ad una sfida! Altrimenti, soprattutto in assenza di risultati a breve termine e di risposte esteriori la conduzione dell’attività si svuota di motivazione, oppure si trasforma in un accanimento volto a spremere dall’altro ciò che mi aspetto, che vorrei, che forse non riuscirà mai a manifestarsi o che magari, nella mia interpretazione, non c’è.     Cercare è qui un ascoltare nell’ammissione di una mancanza ed anche nel guardare la mancanza non come al nulla, accettato con bonaria rassegnazione, ma come ad un segreto. L’individuo (chiunque) portatore di un segreto, che magari può non essere svelato.

E’ qui che si apre la possibilità che qualcosa accada, che la ricerca di senso possa trovare delle risposte. Nello sguardo di chi si sente improvvisamente sorpreso per ciò che ha detto o fatto; in chi entra nel laboratorio molto prima dell’operatore e aspetta; di chi sta in silenzio, seduto a guardare, per due anni (ed è accaduto davvero) ma sceglie di essere presente; e poi nel volto di chi scopre di poter dire: “no”…

 

Teatro inclusivo? Teatro integrato?

Ma io il senso lo ritrovo anche nella fatica, che di anno in anno si rinnova, del costruire momenti di incontro tra persone che percepiscono e vivono il mondo in modo così diverso, come gli studenti di una scuola e le persone con disabilità intellettiva. Incontro che ancora non è inclusione o integrazione. Non basta mettere in contatto le diversità per dire di aver creato inclusione, ma abbiamo l’opportunità e la responsabilità di guidare i soggetti coinvolti verso un equilibrio, un senso, anche solo per lo spazio laboratoriale e vedere nascere relazioni di supporto, di considerazione e legittimazione delle peculiarità di ognuno, affrontando le difficoltà di una vicinanza non sempre facile e gradita.

Sono cose importanti e belle, che devono moltiplicarsi, proprio per costituire tasselli per l’apertura all’altro, con l’obiettivo del rispetto, senza nascondere o colpevolizzare il disagio, il fastidio e con la possibilità di leggere e manifestare con modi e strumenti adeguati le difficoltà dell’interazione.

Forse questo è già un passo notevole: imparare a vivere (e convivere) anche nell’indeterminatezza di un incontro con chi mi appare così lontano…

Comunque, in tanta variabilità, in tanta imprevedibilità, due principi rimangono fissi nei nostri laboratori:

1 – nessuno deve rimanere escluso da esercizi o giochi teatrali perché impossibilitato ad eseguirli per motivi fisici o cognitivi

2 – è necessario salvaguardare la dignità della persona durante la performance pubblica, anche frustrando le sue proposte

 

Per i partecipanti

Il laboratorio teatrale pretende di essere un tramite per consentire ai partecipanti un atto pubblico (che non coincide per forza con lo spettacolo) che valorizzi anche piccole caratteristiche non produttive, ma che appartengono alla sfera delle emozioni, dei desideri, delle paure, delle realtà fittizie. Il teatro diventa un’occasione, un’apertura, un invito. Per cosa?

  • per mostrare a sé ed agli altri di esserci, per sperimentare modalità inusuali di agire e di rapportarsi con l’altro. Giochiamo molto con gli atteggiamenti extra quotidiani, con un fare “strano” per cercare di uscire per un momento dagli schematismi che ogni giorno perpetuiamo inconsapevolmente. Anche perché sta qui, con un po’ di fortuna, la possibilità di percepirsi e di creare qualcosa.
  • per avere la possibilità di proporre e controllare il proprio lavoro.
  • per sentirsi legittimati a dire di no. Nella stanchezza o nel fastidio di proposte imbarazzanti.
  • per trovare uno spazio di parola che vada al di là del lavoro teatrale.
  • per comprendere, finalmente, che possiamo osare, possiamo scegliere senza il timore di essere giudicati o soverchiati dall’altro.

In tutto questo, i confini del laboratorio hanno dimostrato di potersi effettivamente dilatare, fino a coinvolgere l’intera quotidianità nel servizio. L’emersione di attitudini e tratti che si credevano ormai sopiti o che non si sospettavano, permette, attraverso la narrazione in equipe, di riconsiderare la persona sotto una nuova luce, che influenza i rapporti con gli educatori e gli altri utenti.

 

Verso lo spettatore

Per lo spettatore vogliamo che il nostro teatro rappresenti un punto di vista. Il punto di vista di chi vede le cose in un modo che non può essere quello della normalità e che non chiede di esserle assimilato imitando un teatro che non gli appartiene. E’ difficile rendere in poche parole la fatica e l’aspettativa celate in un gesto semplice, in un minuto di scena, in quattro frasi dette di gola. E’ una fatica che non chiediamo di comprendere (si può solo intuire) ma di fare, provando ad immaginare il mondo visto con gli occhi di chi sta sul palco. Un esercizio impossibile ma un’ottima ginnastica.

 

Edgar Contesini

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